La qualità dell’accoglienza e la continuità delle relazioni educative possono svolgere un ruolo importante nel contenere il rischio di coinvolgimento dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) in percorsi di devianza. È quanto emerge dal report Minori stranieri non accompagnati: accoglienza e rischio criminalità, realizzato dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali (IPRS ETS) nell’ambito del progetto FAMI promosso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. La ricerca, che ha coinvolto circa 110 operatori della giustizia minorile e analizzato i percorsi di 80 minori stranieri non accompagnati entrati nel circuito penale, ha ricostruito le esperienze di accoglienza precedenti alla commissione del reato e le successive modalità di presa in carico da parte dei servizi della giustizia, mettendo in luce i fattori di rischio e di protezione che possono incidere sull’evoluzione dei percorsi individuali.
Uno dei risultati più significativi riguarda il ruolo dell’accoglienza specializzata. A livello nazionale, circa un minore straniero non accompagnato su quattro è accolto nei SAI minori, la rete di accoglienza degli enti locali dedicata a questi ragazzi. Tra i minori entrati nel circuito della giustizia minorile analizzati dalla ricerca, invece, soltanto poco più di uno su dieci era transitato in un SAI prima della commissione del reato. Una differenza che suggerisce il possibile ruolo protettivo di un’accoglienza capace di garantire accompagnamento educativo, relazioni stabili e opportunità di inclusione.
La ricerca evidenzia, al contrario, come la discontinuità dei percorsi di accoglienza, i frequenti trasferimenti, le difficoltà di accesso alla scuola e alla formazione e l’assenza di figure adulte di riferimento possano contribuire ad aggravare condizioni di vulnerabilità già presenti. Anche dopo l’ingresso nel circuito della giustizia minorile emergono criticità significative. Oltre sei ragazzi su dieci transitano almeno una volta in un Istituto penale per i minorenni (IPM), mentre l’accesso alla messa alla prova rappresenta una possibilità di costruire percorsi educativi alternativi alla detenzione. Le testimonianze degli operatori evidenziano tuttavia quanto sia difficile garantire interventi individualizzati e continuativi, soprattutto quando i frequenti trasferimenti tra strutture interrompono le relazioni e i progetti educativi avviati.
Particolarmente significativa è anche la debolezza della rete di tutela: soltanto sei degli 80 ragazzi analizzati potevano contare su un tutore volontario effettivamente presente e attivo. Eppure, dalle testimonianze degli operatori emerge come la presenza continuativa di un adulto di riferimento possa favorire l’adesione al progetto educativo, rafforzare il raccordo tra i servizi e contrastare l’isolamento dei ragazzi.
Nel complesso, il report richiama l’attenzione sulla necessità di rafforzare la capacità del sistema di accoglienza e della giustizia minorile di costruire percorsi educativi continuativi, evitando che la risposta alle situazioni di maggiore complessità si traduca prevalentemente in interventi di contenimento. La prevenzione del rischio di devianza passa anche dalla qualità delle opportunità di protezione, relazione e inclusione che il sistema riesce concretamente a offrire.


